Storia


La chiesa curata di San Silvestro nella villa omonima

LA STORIA DI S. SILVESTRO

  

La località di San Silvestro si distingua da tutte le altre frazioni del Comune di Senigallia per non avere un nucleo preciso e consistente di case che formino un borgo, ma è una zona di campagna attraversata da lunghe strade che collegano case o caseggiati isolati molte volte distanti fra loro.

Si trova ad una distanza di circa 10 chilometri da Senigallia ed è attraversa, nel suo territorio, da due strade antiche importanti: quella che fin dal secolo XI era chiamata la “strada magna”, che era considerata la strada più breve per raggiungere Jesi, e quella della antica via che congiungeva l’antica “Sextia”(l’attuale Marina di Montemarciano) ad Ostra.

 

Secondo lo storico Bernardino Montanari, la località ha preso nome dalla chiesa, costruita dalla popola­zione nel sec. XIV. Non si sa quale nome avesse prima. Forse, non essendo un borgo, non aveva un nome preciso. E’ facile pensare che ogni podere era chiamato col nome del suo proprietario. Il Polverari, altro storico senigalliese, nel volume «Senigallia nella Storia - Evo Medio», ipotizza che questo territorio fosse chia­mato con toponimi non ancora ubicati con certezza. Di sicuro risulta che questa dorsale era coltivata quasi intensivamente e non fu mai abbandonata né lasciata rimboschire.

Quando gli abitanti del luogo, che erano tutti agricoltori, vollero costruirsi la chiesa per avere un luogo di preghiera e sentirsi una comunità, la intitolarono a San Silvestro Papa, facilmente in omaggio all’Abate Silvestro di un ramo dell'Ordine di S. Benedetto, che nel 1231 aveva fondato a Montefano (sopra Fabriano) una Congregazione di Monaci, detti poi Silvestrini.

 

Dopo il 1440 giungero in questi luoghi molti profughi albanesi, fuggiti dalla loro patria a causa dell'invasione dei Turchi. Il Polverari nel volume «Evo Medio», afferma che essi presero ad abitare lungo tutta la collina intorno a S. Veneranda (territorio di Montemarciano), Castel­laro (di Montignano) e S. Silvestro.

Come Villa di Senigallia, questa località seguì le sorti delle varie dominazioni che si susseguiro­no nel capoluogo: Malatesta, Medici, Della Rovere, fino a ritornare sotto il dominio diretto della S. Sede, detto «il Buon Governo» (1631).

Forse il fatto di non essere un centro abitato, di non avere castelli né fortificazioni e di essere popolato da contadini isolati e poveri, fece sì che le guerre e le invasioni passassero lontane e così pure le epidemie, essendo rare le occasioni di contagio.

La popolazione esplicava la sua attività comunitaria soprattutto nell' amministrare la parrocchia di cui aveva il giuspatronato, ossia il diritto di eleggere il parroco, salvo la successiva approva­zione del Vescovo di Senigallia. C'era poi anche il dovere di restaurare la chiesa, ma questo era più difficile, data la povertà di tutti gli abitanti. Ad ogni modo, non potendo far altro, offrivano la fatica delle loro braccia gratuitamente. Ad ogni elezione si faceva la lista dei capifamiglia, (la media era di 170) capeggiati da otto Massari.

 

Anche sotto il Regno d'Italia la vita a S. Silvestro continuò come prima. Solo nel 1948 in quelle case lontane fra i campi arrivò la luce elettrica e l'acquedotto - anche se molti continuarono a preferire l'acqua dei loro pozzi secolari, più fresca. I lavori pubblici furono intrapresi special­mente per interessamento del parroco di allora Don Nazareno Vitali, al quale si deve anche l'opera amministrativa per ottenere l'asfaltatura della strada.

Nei decenni successivi le campagne di S. Silvestro si andarono spopolando e nella zona rimase­ro meno famiglie, e non più numerose come quelle di un tempo.

Immutate solo le distese dei campi fertili e pieni di pace e d'aria sana, la strada «ma­gna, regalis, magistra», ancora più celere, adesso che è asfaltata, e resta soprattutto l'indole laboriosa e onesta della gente.

 

MOVIMENTO CATTOLICO A S. SILVESTRO

 

Anche S. Silvestro, benché non sia un paese ma una serie di case isolate in 30 Km. di campa­gna, partecipò alle battaglie cristiano-sociali ispirate dalla Rerum Novarum. Al Sinodo del 1904 partecipò il parroco Don Antonio Bucci. La Lega però si formò solo verso il 1912, per l'assidua e instancabile propaganda di Lamberto Giannitelli.

Anche i contadini di S. Silvestro sfilarono a Senigallia nella indimenticabile adunata del Primo Maggio Cattolico (1913).

Nel 1913 S. Silvestro fu fra i 14 firmatari della proposta per i nuovi patti colonici, il diritto di ricorrere a un comitato arbitrale in caso di vertenze e di potersi organizzare. Firmò il presi­dente della Lega Ginesio Piaggesi.           .

 

 

LA CHIESA PARROCCHIALE DEDICATA A S. SILVESTRO PAPA

 

Nelle Croniche della Diocesi del Vescovo Ridolfi (1596) la chiesa è effigiata in un disegno a penna, circondata da altri edifizi parrocchiali e da molti alberi, e descritta così: ... «la Villa di S. Silvestro nel contado di Senigallia, chiamata così a causa della chiesa dedicata a S. Silve­stro, di giuspatronato dell'università e degli uomini di detto luogo»; (“università” non significa ciò che intendiamo oggi, ma la «totalità degli abitanti»). Prosegue il Ridolfi: «Le rendite della chiesa sono così piccole che il Rettore ci può vivere appena».

Entrate: 6 salme di grano (circa 1260.Kg., poiché una salma è 210 Kg.); 30 salme di vino (circa 90 hl); 10 salme di canne.

Uscite: per pagamento del censo episcopale, 1 salma di grano (Kg. 210), 4 Coppe d'orzo Kg. 105.

Olio e cera per la chiesa, 12 scudi all'anno.

 

Le Croniche di Bernardino Montanari (1808-1820) dicono qualche cosa di più: “È a 6 miglia (9 Km. da SenigalIia verso Morro (d'Alba)... Non si sa la data della fondazione. C'è una Bolla del Vescovo Marco Vigerio II Della Rovere (1513-1560) che parla di nuova erezione nel 1553”. Ad ogni modo il titolo della chiesa fa pensare che sia stata costruita quando ancora era viva nel popolo la memoria di S. Silvestro eremita (1177-1267) e quindi all'inizio del sec. XIV; certo prima che arrivassero gli Albanesi (1430 e 1478) i quali non conoscevano il santo eremita di Montefano (Fabriano).

Nel 1808 la chiesa aveva tre altari: oltre all' Altar Maggiore, l'Altare della Madonna del Rosa­rio, mantenuto dalla Confraternita del Rosario, e quello di S. Lucia.

 

 

LA CONFRATERNITA DEL ROSARIO

 

La Compagnia del S. Rosario si era formata nel 1636. Benché composta di confratelli quasi poveri - perché a S. Silvestro non c'era nessuna famiglia ricca - questa compagnia era riuscita a formare un Monte Frumentario per grano «da distribuirsi fra i poveri, da restituirsi l'estate appresso». Grande segno di carità fraterna dettata da una fede convinta. I parrocchiani erano assidui alle pratiche religiose e chiedevano con insistenza due messe festive, perché a turno tut­ti in famiglia potessero «andare a messa la domenica», cosa che nei secoli passati rivestiva la massima importanza non solo nella vita spirituale, ma anche nel campo civile e sociale. Fre­quenti erano poi le chiamate al letto degli ammalati, tanto che tutti i parroci di S. Silvestro avevano come principale problema il mantenimento di un cappellano, non potendo un sacerdo­te da solo bastare a tutti quei devoti sparsi per più di 20 Km. di campagna (e allora non c'erano le macchine. Tutt' al più un cavallo, ma sarebbe costato troppo caro mantenerlo, in quella par­rocchia così povera).

Quella gente isolata vedeva nel parroco da essa liberamente scelto una guida, un consigliere amato e rispettato. Cent'anni fa (1886) questi parrocchiani assidui ebbero il primo dispiacere della loro storia e dovettero imparare l'amarezza dell' obbedienza: avevano eletto con entusia­smo e convinzione D. Domenico Simoncini, stimato e obbedito da tutti. Ma qualcuno lo calun­niò presso il vescovo Ignazio Bartoli (1880-1895).

Il vescovo non volle confermare la nomina e ordinò che si procedesse a una nuova elezione. I capifamiglia per ben due volte fecero finta di non aver capito. Poi scrissero una lettera sincera ed espressiva, in cui cercavano di convincere il vescovo che il loro eletto era il migliore dei sacerdoti. Anche il Padre Guardiano dei Cappuccini di Ostra scrisse una corag­giosa lettera: «... è buono, caritatevole, vero sacerdote, ma anche risoluto. Sono i nemici occulti del Simoncini che vogliono mandarlo via disonorato e avvilito, accusato da gente con «zelo amaro», come dice l'Apostolo».

Ma si intromise anche un compilatore di almanacchi con certe caricature che mettevano in ridi­colo quel povero don Simoncini, il quale alla fine si vide costretto a rinunciare.

Fu eletto don Antonio Bucci, che rimase colla sua gente 33 anni!

Abbiamo un inventario della chiesa com'era 100 anni fa, nel 1886.

Nella chiesa restaurata ed ingrandita c'erano cinque altari: oltre l'altar maggiore, quello di S. Rocco, dove era anche una statua di S. Filomena in un'urna di vetro; l'altare di S. Petronilla, patrona del paese, colla sua statua collocata in una nicchia di scagliola; allo stesso altare era venerato anche il Sacro Cuore di Gesù, oltre che l'immagine di S. Francesco d'Assisi, dipinto su tela, in cornice dorata. Gli altri due altari erano quello di Maria SS. Addolorata, rappresen­tata in una statua, e quello antico della Madonna del Rosario, eretto nel 1636 dall' omonima Compagnia.

(Queste statue e immagini spesso sono interessanti come opere d'artigianato locale o esempi di arte minore).

Nel corso dei secoli la chiesa, la casa parrocchiale e la casa colonica furono restaurate e rico­struite più volte.

Ai lati della porta principale si trovano le due seguenti lapidi:

ANDREA S. LANA DE STO HIPP.TO RESTAURAVIT A. D. 1570

“Andrea Sacerdote Lana di Sant'Ippolito restaurò nell'anno del Signore 1570”.

“IL PARROCO DON ANTONIO BUCCI RESTAURO' ABBELLI' DI PITTURE IL TEMPIO PLAUPENTI I PARROCCHIANI MAGGIO MCMIV”.

 

Nel 1929 il parroco don Augusto Mallucci risponde a un questionario della amministrazione vescovile sullo stato della chiesa.

Dice che, secondo una Bolla del vescovo Marco Vigerio Della Rovere, la prima erezione della chiesa risalirebbe al 1537. Ma se il Montanari riporta un'altra Bolla dello stesso vescovo Vige­rio che parla di «nuova erezione nel 1553», la cosa non pare possibile: come mai questa prima chiesa sarebbe durata solo sedici anni? Forse don Mallucci non ha letto bene. Non dice la data dell'ultimo restauro, ma rende noto le più urgenti riparazioni che si debbono eseguire e soprat­tutto il precario stato del campanile che poggia su instabili fondamenta «ed è legato con chiavi di ferro alla chiesa, per cui urta contro la medesima» ed è pericolosissimo suonare le campane a distesa. Il povero parroco dice che si potrebbero fare alcuni restauri del costo di 1500 lire «se il popolo fosse meno aggravato di debiti e se il parroco avesse maggiori entrate e minori uscite...» (L'aveva già detto il Ridolfi...).

Venne il terremoto del 1930 e col contributo dello stato e della S. Sede si poté restaurare la chiesa e costruire ex novo la casa canonica. Il campanile che le pesava addosso fu demolito e per il momento le campane furono poste in un arco campanario sul tetto.

Il passaggio del fronte nel 1944 arrecò nuovi danni. Anche allora lo Stato contribuì con notevo­li stanziamenti in base alle provvidenze per i «danni di guerra».

La canonica era giudicata quasi pericolante nel 1886, tanto che don Simoncini scriveva: “Qui corro il pericolo di essere mangiato dai topi o di morire schiacciato insieme a loro, e questa sarà la fine di quel poveretto che verrà qua dopo di me...”

Danneggiata nel 1944 , la chiesa fu pre­sto restaurata per l'intervento dello Stato.

Il popolo ormai non sarebbe stato in grado di sopportare le spese e i doveri di giuspatronato; così nel 1946 rinunziò anche ai diritto di eleggere il parroco. Il vescovo Umberto Ravetta espo­se ai capifamiglia e a tutto il popolo i motivi per cui avrebbero fatto opera meritoria a rinuncia­re a quel diritto medievale. Ci furono 35 sì e 18 no.

Del resto questi parrocchiani si erano sempre comportati bene; leggendo i documenti del secolo scorso non si trovano tracce di anticlericalismo, di ribellione e discordie, ma solo domande per

avere un cappellano o un parroco particolarmente stimato. I parroci rimangono in media nel loro ufficio vent' anni e più, nonostante la povertà; il popolo si mostra obbediente e rispettoso verso questi pastori liberamente eletti. Don Antonio Bucci dovette rinunziare dopo 33 anni perché colto da paralisi; don Augusto Mallucci fu parroco dal 1919 al 1948; dal '48 al '68 fu parroco Nazareno Vitali, autore di poesie e assiduo organizzatore dal punto di vista temporale e spirituale.

Don Vitali sopportò una povertà quasi incredibile per poter eseguire molti lavori a vantaggio della parrocchia. Oltre ad aver ottenuto dall' Amministrazione Regionale che la strada fosse asfal­tata e che l'acqua, la luce e il telefono raggiungessero finalmente S. Silvestro, volle ricostruire il Campanile dalle fondamenta, corredandolo con un grande orologio utilissimo per la popola­zione e ciò a sue spese e con il contributo del Comune.

Con l'ultima riforma liturgica provvide a togliere i quattro altari, che ormai servivano al popolo solo per appoggiarsi, rovinando le tovaglie, e fece costruire una Mensa Eucaristica «Coram Po­pulo» secondo le nuove norme. I vari lavori l'avevano lasciato coperto di debiti, anche perché il Perito, che aveva fatto il preventivo, aveva sbagliato, calcolando una spesa molto minore. Riuscì a pagare 600.000 lire, a prezzo di notevoli sacrifici, ma ne restavano altre 400.000. Don Nazareno andò a Roma e riuscì a ottenere un contributo statale per saldare il debito. Ma nel 1968 dovette ritirarsi per motivi di salute. Lo sostituì don Adelelmo Santini, un giovane sacerdote che era già stato cappellano a Montignano per dieci anni e nello stesso tempo aveva offerto il suo ministero sacerdotale in tutte le parrocchie della diocesi, con un'attività instancabile, come predicatore, confessore, assistente di associazioni di Azione Cattolica, guida di pellegrinaggi a Lourdes, Fatima, Pompei, ecc. Anch’egli ha dovuto affrontare il problema della sistemazione della chiesa dopo il terremoto del 1972 ed ha dovuto soffrire per ennesima forzata chiusura della chiesa per il terremoto del 1997. Egli ha retto la parrocchia per 36 anni, fino al maggio del 2005, quando è stato sostituito da don Pier Domenico Pasquini.

Oggi purtroppo la Chiesa parrocchiale è ancora chiusa a motivo dei danni del terremoto del 26 settembre 1997. Dopo dieci anni da quella data si sta ancora aspettando con ansia e speranza che le Istituzioni preposte agli interventi di risanamento per i danni del terremoto intervengano per il suo restauro.

 

Attualmente il servizio religioso viene garantito in un locale prefabbricato che i primi tempi del terremoto la Diocesi aveva fatto costruire per venire incontro al disagio della popolazione rimasta senza chiesa e che, ora, con la buona volontà e disponibilità di tanti è stato ampliato e migliorato nella sua capienza e nella sua accoglienza.

 

 

SERIE DEI PARROCI DI S. SILVESTRO

 

.. ..... don Angelo da Montalboddo (manca la Bolla)

1548 don Bernardino Ettorri

........ don Annibale di S. Vito (manca la Bolla)

........ don Oliviero Mariani (Bolla non registrata)

1569 don Andrea Lana di S. Ippolito

........ don Simone Lucarelli (manca la Bolla)

1580 don Bartolo Morganti

1603 don Gaspare Fabroni

........ don Anselmo Leonori (manca la Bolla)

1619 don Giovanni di Giuseppe Vici

1625 don Giovanni Ambrosi (eletto dal popolo, ma non approvato)

1625 don Francesco Maria Anselmi

1628 don Domenico Antonini

1649 don Mare' Antonio Solazzi

1659 don Pierfrancesco Ridol£i

1664 don Agostino Galavotti

1693 don Vittorio Solazzi

1714 don Domenico Antonio Brunelli

1734 don Silvio Domenico Barbiconi

1745 don Benedetto Schiaroli

1785 don Domenico Antonio Schiaroli

1830 don Pietro Schiaroli

1843 don Luigi Raffaelli

........ don Domenico Simoncini (eletto dal popolo ma non approvato dal Vescovo).

1886 don Antonio Bucci

1919 don Augusto Mallucci

1946 don Nazzareno Vitali

1968 don Adelelmo Santini

2005 don Pier Domenico Pasquini

 

 

 

I MONUMENTI

 

LA CROCE ILLUMINATA

L’8 dicembre 1989, viene inaugurata, in corrispondenza dell’incrocio della strada “Fabbrici e Ville” con la strada Intercomunale, e benedetta dal Vescovo diocesano Mons. Odo Fusi Peci una nuova croce in ferro illuminata. Essa viene a sostituire una preesistente croce eretta in occasione delle Missioni del 1954, ormai logorata dal tempo e dalla ruggine. Il manufatto in ferro fu commissionato alla ditta Falcinelli, mentre il lavoro di muratura del basamento e della sistemazione dello spazio è stato realizzato da alcuni volontari del luogo. La realizzazione è stata fatta dalla Parrocchia con il contributo, oltre che dei volontari, anche della Confraternita del SS. Sacramento e Rosario di San Silvestro. Nella notte la Croce illuminata, che è posta in uno dei punti più alti e suggestivi si può ammirare da molto lontano.

 

IL CIPPO RICORDO DELLA BATTAGLIA DEL 13 SETTEMBRE 1860

 

Il 13 settembre 1860 però i campi di questa Villa, ai della quali i contraccolpi storia erano sempre arrivati molto attutiti, furono calpestati e bagnati di sangue nella battaglia detta «di S. An­gelo» o anche «del bivio di S. Silvestro». Vi fu lo scontro fra i Piemontesi alla conquista dello Stato Pontificio e le truppe del Papa, guidate dal colonnello Kanzler e dal tenente colonnello Von Vogelsang: in tutto 2300 uomini con otto pezzi d'artiglieria. Però il grosso della colonna pontificia riuscì a dirigersi verso Montemarciano e a raggiungere Ancona, secondo gli ordini ricevuti, e solo la retroguardia si impegnò a fondo per consentire alla maggioranza di attuare il piano prestabilito. Nelle campagne di S. Silvestro e S. Angelo, però, rimasero parecchi morti. Questa battaglia ebbe l'esito più strano che si possa immaginare, perché ambedue le schiere furono convinte di aver vinto: i Piemontesi annoverarono questa giornata fra le loro glorie e composero un inno per il Lancieri che cominciava colle parole: «Come sul Misa un dì...»; ma anche i Pontifici si considerarono vincitori perché erano riusciti ad attuare il loro piano e i due comandanti furono promossi per merito di guerra.

Di questa battaglia nell’archivio parocchiale di S. Silvestro c’è questa memoria:  “Addì 4 settembre 1860. Ieri, alle ore 13 italiane furono uccisi dai Lancieri Piemontesi ai confini di questa parrocchia due polac­chi ossiano due soldati papalini, e furono portati al Camposanto. In fede Luigi Raffaelli Parroco”

Registro dei Morti n. 4 (dal 13 marzo 1843 al 27 settembre 1904)

 

Cinque giorni dopo, il 18 settembre 1860, avvenne la battaglia di Castelfidardo con l’annesione al Regno d'Italia delle Marche e dell'Umbria, che facevano parte dello Stato Pontificio.

 

Sul bivio di S. Silvestro, nel centenario della battaglia del 13 settembre fu posto un cippo com­memorativo: una colonna tronca, evocatrice di molti significati simbolici, nella solitudine della campagna. L'iscrizione ricorda: “Su questi colli cento anni fa Italiani e Pontifici duramente combatterono alla vigilia di Castelfidardo, Senigallia 13 settembre 1860”.

 

 

IL MONUMENTO AI CADUTI DI GUERRA

 

Lungo la Strada Intercomunale che va verso Montemarciano

 


 

 

 

LA DEVOZIONE ALLA MADONNA NELLA PARROCCHIA DI S. SILVESTRO

 

I testi sono dei brani presi da un lavoro fatto nel 1951 da D. Alfio Ciarimboli, quand’era ancora seminarista nel Seminario di Senigallia)e rispecchiano anche oggi la devozione mariana degli abitanti di S. Silvestro.D. Alfio Ciarimboli, figlio di Ernesto e di fu Vici Albina è nato a S.Silvestro il 10 febbraio 1925.Fu ordinato Sacerdote il 2 Agosto 1953 nella Cattedrale di Pesaro ed ha svolto il suo ministero sacerdotale a Montelabbate, nella Diocesi di Pesaro. E’ morto il 22 novembre 1978.

 Il culto di Maria nella Chiesa Parrocchiale

L'immagine Sua, nelle sembianze della Vergine Lauretana, domina sovrana, quale Regina dei Santi Protettori, nella bella tela sovrastante l'Altare Maggiore. Dal suo eccelso trono, in ricchissimo intaglio barocco, Ella protegge e benedice il buon popolo di S. Silvestro.

Due altari secondari erano, prima della restaurazione della Chiesa del 1950, dedicati alla Beata Vergine del Rosario, particolarmente venerata per la bellezza naturale della sua effigie, e alla Madonna Addolorata presente ai fedeli nel bel simulacro scolpito in legno.

La Confraternita del S. Rosario, canonicamente eretta nel 1700, promuove ogni anno il culto della Vergine assistendo alle suggestive funzioni del Mese di Ottobre ed organizzando manifestazioni religiose e foIkloristiche, la .festa tradizionale in onore della Madonna della Vittoria. Anche la Pia Unione dell'Addolorata, fondata nel 1934, commemora annualmente, alla metà di settembre, i dolori di Maria: è questa una ricorrenza profondamente sentita dal popolo, riconoscente alla Vergine per le molteplici grazie da Lei ricevute, come attestano i numerosi cuori d'argento e tanti altri doni votivi.

Con particolare solennità e con straordinario concorso di fedeli viene celebrato il Mese di Maggio, caro alle glorie di Maria.

In occasione delle principali feste mariane, i buoni agricoltori non si dimenticano di accendere, la sera innanzi, i caratteristici «focaroni», in onore della Vergine, cui aggiungono spari di fucili e di mortaletti nella notte tra il 9 e il 10 Dicembre in cui si ricorda la venuta della Madonna sul colle di Loreto.

 

Tempietti eretti dagli antenati in onore di Maria

 

Presso il confine con Montemarciano, la pietà dei fedeli ha eretto alla Madonna del Carmine un bel monumento ornato di fiori e di lampada elettrica che arde continuamente innanzi all'im­magine sacra. Nessun documento precisa il tempo e l'origine della costruzione.

Alcuni però dicono che sia stato eretto in tempi assai remoti, a ricordo di una battaglia compiu­ta nel colle circostante, che si erge tra S. Veneranda e S. Silvestro.

Mentre altri affermano che la costruzione sia stata fatta per debellare in nome di Maria le visioni spiritistiche e diaboliche.

- Nel centro di S. Silvestro, presso lo spaccio, fu eretto ab antiquo, quasi a protezione dell'intera Parrocchia, un tempietto con una statua della Vergine del Rosario.

Demolito dalle intemperie, fu ex novo (1936), ricostruito per iniziativa di Italiano Sartini con le offerte di tutto il popolo e vi fu posta l'immagine della S. Famiglia, sostituita ora da una statua della Madonna del Rosario.

 

La Madonna del Giglio nella venerazione popolare

 

Nell'ultima contrada di S. Silvestro, ip prossimità del Filetto, trovasi una chiesina rurale, eretta dai Marchesi Fonti nel 1886, ove è venerata con singolare devozione e festeggiata ogni anno, nella Domenica in Albis, la miracolosa effige della Vergine del Giglio.

 

La bella tela d'autore ignoto, dai lineamenti perfetti e dai colori ancora freschissimi, risale con molta probabilità alla fine del sec. XVII.

L'immagine è pregevole, perché racchiude, nella sintesi di un alto valore simbolico e di un pro­fondo concetto spirituale, la visione paradisiaca della Vergine, che mostra all'umanità il frutto del suo seno ornato dall'immacolato candore del figlio, sicché il quadro è mirabile per l'amore che irradia e la devozione che ispira, tanto che la gioventù di ogni tempo lo ha venerato, invo­cando l'aiuto di Colei che è la Madre e Regina d'ogni virtù.

Il mese di Maggio è tutto un trionfo di fiori e di canti, che i figli devoti tributano alla Vergine Immacolata.

La domenica in Albis, per iniziativa delle famiglie vicine, si svolge la più grande festa ad onore di Maria, santificata sempre dalle numerose comunioni Pasquali, dalla Messa solenne e dal cor­po bandistico, che onora di sua presenza la trionfale processione del pomeriggio.

 

Prodigi operati dalla Vergine del Giglio

A tanto tributo di affetto e di venerazione, la Madonna fu ricca verso i suoi devoti di grazie e benedizioni.

Tre pitture in legno stanno a ricordare tre prodigi operati da Maria e cioè:

- il contadino presso la Chiesa; salito nel 1870 su una quercia a battere la ghianda, sta per cadere e subito invoca Maria e rimane col corpo penzoloni e le gambe intrecciate tra i rami: è salvo; - una donna presso Montesolazzi nel 1895, travolta sotto le ruote di un carro carico di mattoni, rimane incolume per evidente protezione della Vergine;

- Bruschi Orlando nel 1925, affidatosi alla Madonna, prova l'efficienza di un fucile nuovo in mezzo alla curiosità dei famigliari: la canna si spezza e si scheggia: nessuno rimane colpito. Molti altri miracoli, consistenti in grazie spirituali e favori temporali, ha concesso Maria ai suoi fedeli come dimostrano le antiche perle e coralli e i recenti cuori d'argento riuniti nella sigla: P.G.R.

Ultima grazia, che si ricorda, è la guarigione prodigiosa del figlio di Raffaeli Guido, dichiarato inguaribile dalla scienza medica.


 

Origine storica del piccolo Santuario della B. V. del Giglio

- Non si riscontra documento alcuno, che chiarisca l'origine di questo oratorio, all'infuori di un'epigrafe posta nella facciata dell'edificio, ove si legge, insieme alla data di costruzione, in versi endecasillabi:

 

 «Saluta, o passegger, con cuor di figlio

Maria tua Madre di purezza Giglio»

1886

 

 

- La tradizione popolare racconta però che la tela benedetta fu trovata verso il 1720 avvolta attorno al trono di una quercia annosa.

Il colono allora avvertì la padrona Galavotti di Orciano, che, invaghitasi della bella immagine, la volle presso di sé.

In ossequio ai suoi ordini fu lassù portata dalla bisnonna di Italiano Sartini e collocata dalla Signora in una nicchia della sua cappellina; però dopo poco tempo la tela fu di nuovo ritrovata prodigiosamente nella quercia del colono.

La padrona allora, piangente per l'abbandono della Vergine, deliberò che presso la pianta ve­nisse eretta un' edicola.

- Intanto la Galavotti moriva e il fondo veniva ereditato dal Marchese Fonti, che era allora guardia nazionale delle scale del papa.

Una notte però furono rubati i numerosi doni, che la Madonna aveva accumulato per le grazie concesse ai suoi devoti; allora il vecchio Marchese ascoltò il desiderio del contadino di far co­struire una cappellina presso la casa colonica, ma dopo pochi anni, essendo d'inverno caduta tanta neve, tutta la costruzione andò in rovina.

- Il Marchese allora, venendo ogni anno insieme alla famiglia a trascorrere le ferie estive presso il suo colono, dove non mancava mai di organizzare una festa in onore di Maria, alla vista delle macerie, pregato ancora dalla moglie del figlio Tiberio, avvocato dei Santi, deliberò che venisse di nuovo eretto nel 1886 il presente Oratorio, affidandone la costruzione a Paladini di Montemarciano.

Il figlio del Marchese Fonti, Mons. Roberto è venuto sempre, ogni anno sino al 1920, preso da tanta venerazione per la bella.tela a celebrare la S. Messa in questo suggestivo oratorio campestre.


 

 

 

BIBLIOGRAFIA (SU SAN SILVESTRO)

 

1) MONS. ALBERTO POLVERARI - Senigallia nella storia vol. II Evo Medio Ed. 2G Senigallia, 1981 2) Autori vari (BALDETTI, VILLANI, VERNELLI, GIACOMINI, MARIOTTI, GIULIANI) Morro d'Alba. Uomini e territorio in un centro collinare marchigiano. Ed. Comune di Morro d'Alba 1985.

3) MARIO CARAFOLI - I Castelli di Senigallia Senigallia, 1973.

4) BERNARDINO MONTANARI - Croniche della diocesi di Senigallia Manoscritto conservato nella Cancelle­

ria Vescovile, 1808-1820.                              .

5) FRA PIETRO RIDOLFI di Tossignano - Chronicon Senogalliensis urbis ejusque Dioeceseos Manoscritto in latino nella Biblioteca Comunale Antonelliana di Senigallia 1596.

6) Documenti vari Cancelleria Vescovile e Ufficio Amm.vo Diocesano.